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Live Report a cura di Claudio Giuliani E’ Pasqua e si va all’Inferno. Beninteso, il festival. Segnata la data sul calendario, abbiamo raggiunto Oslo per seguire da vicino l’edizione 2009 dell’Inferno Festival, un evento che quest’anno è stato bersagliato dalla sfiga. Già l’edizione era in sordina: meno stand, meno soldi forse per attrarre band più competitive, e il tutto giustificato dalla crisi finanziaria che pare aver colpito anche questa regione scandinava dove i soldi fioccano come la neve. Oltretutto, quando a sei giorni dal via ti salta l’headliner della prima sera, cosa puoi fare? I problemi alla schiena del batterista fenomeno dei Meshuggah hanno costretto la band svedese a dare forfait e Gro, la poliedrica organizzatrice del festival, ha reclutato i The Batallion, band norvegese che poi ha riscosso un grande successo. Cambiata anche la location degli stand, spostati all’interno della venue, con la sparizione dell’area VIP, che si è dimostrata non servire a granché nelle edizioni precedenti. Altra novità del 2009 è stato l’accordo con il cinema multisala più grande di Oslo, dove si potevano vedere a un prezzo speciale (gratis per i giornalisti) dei film dalle tematiche care al metal e anche un video rimasterizzato dei Darkthrone live nel 1990: un’autentica chicca che ha fatto felice molti appassionati. E poi tanto altro ancora. Preso d’assalto il tour del black metal, come viene chiamato qui. Un autentico giro fra i posti del black metal resi famosi dagli eventi de primi anni ’90: una chiesa bruciata dal conte Vikernes, l’ex negozio di dischi di Euronymous, ‘Helvete’, e relativa sala prova con la scritta sul muro ‘Black Metal’ su cui tutti posavano festanti (Metalitalia.com non ha partecipato a questa pagliacciata venduta al costo di 100 euro). Molto bella invece l’esibizione dei Wardruna, la band di folk locale dove Ghaal, ex Gorgoroth, sospira alla voce invece di grugnire, che si è esibita di fronte alle tre navi vichinghe del relativo museo di Oslo. Un’esibizione molto sentita dai nostri e che ha reso magico quel posto, l’evento è stato preso d’assalto oltre che dai metallari, anche dagli ignari avventori del posto. C’è stata poi la classica conferenza sulla musica, utile alle giovani band che si affacciano sul panorama musicale con ospiti tanti pezzi della scena (King Ov Hell, Silenoz dei Dimmu Borgir quest’anno), sempre gestita da Anders Odden divenuto nuovo bassista dei Satyricon. E poi tanta, tanta musica! Le foto dell’Inferno Festival 2009 a cura di Claudio Giuliani e dell’agenzia Red Art |
Mercoledì 8 aprile, il Club Day
SARKE
Nella miriade di band che era possibile ascoltare nella serata dedicata al “Club Day”, abbiamo scelto di presenziare per intero alla serata organizzata dalla Indie Recordings, etichetta norvegese che compie scelte molto sagge in sede di rooster. Ad aprire sono stati i Sarke, nuova band formata dal chitarrista noto proprio come Sarke e che vede alle parti vocali “la voce del black metal”, ovvero Nocturno Culto, di fama Darkthrone. Il gruppo pubblicherà a breve il debutto, intitolato “Vorunah”. Proprio questa è stata la seconda canzone eseguita, subito dopo “Primitive Killing” che ha aperto uno show fra il tripudio dei numerosi presenti. Il black metal dei nostri viaggia su ritmiche thrash, e presenta arrangiamenti non proprio convenzionali. Molto groovy la musica dei norvegesi, niente da dire sulla voce ovviamente, il curriculum parla da sé. Eseguite anche “Old”, “The Drunken Priest” (fantastica) e “Cult Ritual”. Uno showcase molto gradito dal pubblico: promossi a pieni voti.
MENCEA
Con un album già fuori, i greci Mencea avevano il compito di impressionare i presenti. Missione fallita. I suoni anzitutto: pessimi, caotici, e non imputabili alla struttura visto il risultato egregio conseguito dalle altre band. E poi la proposta musicale, un death metal melodico di matrice svedese che ha detto oramai di tutto e di più. I Mencea hanno suonato tre canzoni dal debutto “Dark Matter Energy”, precisamente “The Passing”, “Ardad” e “Forbidden”. La situazione non è migliorata col passar del tempo, il growl del cantante risultava monotono e fastidioso e, quando chi scrive stava per lasciare lo show, il cantante ha annunciato una cover degli Slayer. Ovviamente l’abbiamo ascoltata, sperando di alzare il voto in pagella dei nostri. Niente da fare, hanno reso irriconoscibile (quasi profanato, diremmo) quel capolavoro che è “War Ensemble”. Pessimi Mencea. Ma meritavano un contratto?
SAHG
Viaggiano forte questi ragazzi norvegesi. L’esordio di due anni fa, uno degli album più belli di stoner doom con forti venature rock degli ultimi tempi, ha spalancato le porte a questo gruppo che vanta fra le sue fila quel King Ov Hell di fama ex-Gorgoroth ora God Seed. Qui il tipo fa il rocker a tempo pieno, e anche bene, diremmo. Il gruppo è alla terza esibizione all’Inferno Festival in tre anni, due album all’attivo, e sono state circa sette le canzoni suonate. “From Conscius Sleep” ha aperto lo show, seguita da “Ascent To Decadence”, primo pezzo dell’album “II”. Da Sagh “I” sono state eseguite “The Executioner”, la monumentale “Godless Faith” e “Soul Exile”. “Echoes Ring Forever”, “Star Crossed” e “Pyromancer” hanno chiuso un concerto bellissimo. Il cantante rispetto agli esordi si è sciolto, non ha paura di osare con la voce, e tutta la band lo segue alla perfezione. L’affiatamento è tanto, pari alla qualità dei nostri.
EARTH
Una corsa veloce dal John Dee verso il Victoria, locale situato di fronte al Teatro Nazionale di Oslo, accanto ad un locale frequentato dalla "Oslo bene", ed eccoci dentro questo posto ben fatto, strutturato su due livelli, da cui arrivano subito le prime note degli Earth, che hanno lo stesso effetto delle famose sirene di Ulisse. Questa volta però, a differenza dell’eroe mitologico, ci siamo fatti rapire dal canto degli americani, sulla scena ormai da vent’anni. Gli accordi ripetuti all’inverosimile, i ritmi rallentati, la sequenza di batteria che rimane sempre la stessa con il passare dei minuti, l’assenza di cantato, il trombone che impreziosisce una traccia, l’organo Hammond, il tutto contribuisce a creare un suono penetrante che vi lascia impietriti. Gli Earth sono autoreferenziali, si amano o si odiano, ormai hanno veramente poco a che spartire con il metallo estremo, eppure sono decisamente "estremi". La band, durante la sua ora di concerto, ha proposto molto materiale dall’ultimo lavoro, "The Bees Made Honey In The Lion’s Skull", e ha anche presentato in anteprima una nuova canzone che finirà sul prossimo disco, previsto nel 2010. Vanno via, tornano per il bis con la magnifica "Rise To Morning", tratta anch’essa dall’ultima fatica, e salutano fra gli applausi, convinti, del pubblico.
Giovedì 9 aprile
KAMPFAR
Black metal sul palco principale ad opera dei Kampfar. Le note di “Vantro”, prima traccia del nuovo album “Heimgang” hanno aperto lo show sull’entrata trionfale del cantante, che messo in mostra il suo fisico asciutto, ha cominciato a urlare al microfono spesso in lingua madre. Quattro le canzoni eseguite dal nuovo album: oltre alla già citata “Vantro”, sono state scelte per l’esibizione live “Inferno”, “Dodend Vee” e “Feigdarvarsel”. I suoni erano ottimi, corredati di uno spettacolo pirotecnico con fiamme e fuochi che ha donato un po’ di atmosfera in più al concerto. Ovviamente il fattore campo (leggi: il fatto di suonare davanti ad un pubblico per buona parte conterraneo) ha facilitato le cose. Promossi a pieni voti dalla folla, un po’ pesanti per chi scrive dopo qualche canzone.
THE BATALLION
"The Batallion is not a Meshuggah’s replacement, they’re gonna kick your ass!". L’orgoglio del manager dei norvegesi, chiamati a sostituire i defezionari svedesi Meshuggah, ha fatto capolino all’inferno festival, in sede di presentazione del gruppo. Dopo pochi secondi si è passati dalle parole ai fatti: i quattro norvegesi, tutti borchiati e vestiti di pelle, sono saliti sul palco e hanno iniziato a macinare accordi thrash metal che hanno subito catturato la platea. I musicisti del gruppo militano tutti in altre band, il leader Tore Bratseth altri non è che un membro dei Bombers (la cover band dei Motorhead con Abbath degli Immortal) e con un passato negli Old Funeral, poi c’è “Colt Kane”, ex bassista dei Borknagar, il drummer “Morden” che suona in tantissime band scandinave. Una dopo l’altra vengono suonate le canzoni del gruppo, ottimamente posizionato in scaletta e autore di una lunga prova dal vivo, molto convincente, specie per gli appassionati del thrash metal con i suoni black tipici degli scandinavi. Il buon leader non si è tolto mai il giubbotto di pelle, ha battuto col piede sull’amplificatore per tutto il tempo e alla fine è andato via salutando felice e incazzato: la sua band aveva spaccato per 45 minuti!
UNEARTHLY TRANCE
Addirittura da New York, per la precisione Brooklyn, arrivano questi Unearthly Trance, band per la quale vi erano grandi aspettative. La posizione da headliner del palco piccolo dell’Inferno Festival, infatti, era tale da indurre ad avvicinarsi con curiosità all’esibizione dei nostri. Uno sludge metal molto distorto, dai suoni quasi fastidiosi, questa la proposta degli Unearthly Trance, che a dire il vero hanno riscosso poco successo. Questa non è musica che consente di far avvicinare i norvegesi alle prime file, tanto meno di muoversi. A quell’ora, poi, con la stanchezza già presente, in diversi avevano lasciato la sala. E ci sono arrivati fin dall’America!
RAMESSES
Il terzetto doveva suonare l’anno scorso ma alla fine non se ne fece più nulla, ed eccoli riproposti nell’edizione 2009 del festival. Alla luce dell’esibizione diremmo che la loro mancanza nel 2008 non si è sentita: doom metal lento all’inverosimile, con suoni ultra distorti, riff lunghissimi, interminabili, urla altrettanto lunghe. Le canzoni dei nostri si protraevano fino all’inverosimile, tediando i (pochi) presenti in maniera fastidiosa. Dopo qualche canzone, abbiamo abbandonato pure noi. Peccato, su disco sembravano presentarsi meglio.
PESTILENCE
Headliner a sorpresa della prima serata del festival, gli olandesi si sono presentati in buona forma di fronte al pubblico norvegese. Fra la folla presente almeno una trentina di persone letteralmente impazzite per l’esibizione dei nostri. I suoni, anzitutto: potenti, corposi, le chitarre ultracompresse erano affilate come lame e il riffing dei pezzi vecchi è risultato veramente letale. I classici del gruppo non si sono fatti attendere, ma Mameli ha preferito prima presentare qualche brano dal nuovo album "Devouring Frenzy", che ha fatto il suo esordio live seguita da “Horror Detox”, altra traccia dal nuovo "Resurrection Macabre". Sempre da questo lavoro è stata presa “Hate Suicide” brano che ha reso molto di più rispetto al disco. Ecco quindi il momento dei brani storici, invocati a lungo dalla folla. Diverse volte Mameli ha dovuto rispondere ai fan delle prime file dicendo di aspettare un po’ per le richieste. “The Secrecies Of Horror" e "Mind Reflections" hanno fatto quindi la loro comparsa, con tripudio e putiferio fra la folla, diremmo. Spazio poi alla maestria di Pete Wildoer, batterista dei Darkane, veramente bravo dietro le pelli, e poi ancora tempo per "Synthetic Grotesque", altro nuovo brano, prima di chiudere uno show davvero infuocato che ha lasciato la folla soddisfatta. Non c’era il pienone a dire il vero, ma quei pochi che c’erano hanno gradito, eccome.
Venerdì 10 aprile
DEW-SCENTED
"Processing Life", canzone che apre il loro ultimo lavoro in studio, l’ottimo "Issue VI", ha aperto il concerto dei tedeschi Dew-scented che al momento dell’apertura del telo che separa il palco dal pubblico hanno trovato pochi fan ad attenderli. I nostri però non si sono scoraggiati: consapevoli del fatto che il loro genere attecchisce in Norvegia praticamente come la marmellata sulla mortadella, hanno cominciato a macinare riff thrash metal, suonando anche tutte le canzoni che presentavano parti in blast beat per coinvolgere ancora di più i freddi norvegesi. Estratti brani dagli ultimi lavori del combo, ma la parte del gran finale è stata riservata all’album migliore della loro lunga discografia, quell’"Impact" dal quale sono state estratte una dopo l’altra "Soul Poison" e "Act Of Rage". Alla fine il pubblico si è scaldato un pochino e in un’atmosfera molto familiare, per pochi intimi, i Dew-Scented hanno lasciato il palco avendo guadagnato la pagnotta.
Scaletta:
Processing Life
Turn To Ash
Cities Of The Dead
Never To Return
Locked Emotion
Final Warning
Soul Poison
Act Of Rage
VREID
Febbrile attesa, diremmo, per i Vreid, band nata dalle costole dei Windir, gruppo epic folk black metal che si sciolse dopo la scomparsa tragica del leader. I nostri hanno scelto già da diversi album la guerra come centro di gravità della loro musica: i riferimenti ai conflitti mondiali sono evidenti sia a livello scenico che a livello lirico, mentre musicalmente ci troviamo di fronte al solito black metal norvegese dai suoni più ripuliti e dai classici richiami al thrash metal scolastico. Saccheggiato, ovviamente, il nuovo album "Milorg" (che sta per Military Organisation), dal quale hanno brillato la titletrack e "Alarm". Erano presenti, inoltre, dei maxischermi che per tutta la durata del concerto hanno proiettato immagini di repertorio delle guerre mondiali, ed è probabile che lo show sia stato ripreso per un futuro DVD, viste le numerose telecamere. "Pitch Black Brigade", traccia dell’omonimo album, ha chiuso lo show in maniera molto thrasheggiante fra l’estasi dei fan che hanno dimostrato di tenere molto a questo complesso.
KRYPT
Molta gente assiepata sul piccolo palco del John Dee, visto che in programma c’erano i Krypt, nome che dice poco ma che accresce il suo valore quando si viene a conoscenza del fatto che il gruppo annovera nelle proprie fila due ex membri dei Tsjuder, band di black metal norvegese veloce ed efferato, molto old school e di qualità. I nostri viaggiano sulla stessa falsariga della band appena menzionata, il loro black metal sente molto il peso del thrash metal di sempre, e questa è l’unica divagazione al genere veloce, tirato, dal riffing molto plettrato e dal suono di basso inesistente. Al bando i tecnicismi, qui ci sono velocità folli e urla disumane. I norvegesi, che novità, hanno molto gradito.
KEEP OK KALESSIN
Vera e propria sensation norvegese, la band di Obsidian C. ne ha fatta di strada. E’ già la quarta volta che suonano all’Inferno Festival, nel 2004 fu la prima, nel 2006 aprirono il festival sul palco del Rockefeller, l’anno scorso furono gli headliner del Club Day sul palco del John Dee e quest’anno si sono guadagnati (con pieno merito, almeno stando ai dati di vendita dei dischi) il palco principale in un orario anche buono. "Kolossus", ultimo album del gruppo, è stato proposto in numerose canzoni, a cominciare da "Origin" e da "A New Empire’s Birth", canzoni che hanno incendiato subito il concerto. Veramente enorme l’ovazione rivolta dalla folla, impazzita per i quattro norvegesi molto eleganti sul palco. Una dopo l’altra hanno fatto la comparsa "Crown Of Kings", "Many Are We" e "Winged Watcher" (tutte da "Armada"), e poi ancora "Come Damnation" dall’ottimo "Reclaim" e la micidiale doppietta "Ascendant" e "Kolossus", dall’ultimo album. I Keep Of Kalessin sono lanciati oramai verso un futuro radioso, sono una band rodata e da qualche anno, anche se non propongono niente di innovativo, sono riusciti a trovare una formula catchy, molto più orecchiabile rispetto al capolavoro "Reclaim", che però ha procurato loro molti, molti fan.
VICIOUS ART
La cosa bella dell’Inferno Festival è che puoi scoprire della band che davvero non ti aspetti. Accade quindi che mentre bisogna ingannare l’attesa per I Pestilence sul palco principale, si scende al piano di sotto dove è in programma il concerto dei Vicious Art, autori di qualche album e qualche altra pubblicazione classificabile come death metal brutale… niente di originale, per carità. Strano, però, perché in formazione troviamo Jörgen Sandström (Grave, Krux ed Entombed fra gli altri), l’ex batterista dei Dark Funeral Robert Lundin, assieme al chitarrista Makela, altro ex dei Dark Funeral, più il cantante che presta la sua voce anche nei Dominion Caligula. Insomma, un manipolo di metallari estremi. Niente di speciale su disco, dite? Andate a vederli dal vivo, però! L’impostazione è più grindcore che death metal: doppia voce, basso ultradistorto, chitarre pronte disegnare riff tritaossa. Il cantante principale poi, tale Jocke Widfeldt, è un soggetto allucinante per fisionomia e per interpretazione dei testi delle canzoni, cosa che ha fatto in maniera veramente folle, insana, con un trasporto allucinante che ha coinvolto tutti i presenti. Hanno letteralmente spaccato il culo con le loro canzoni velocissime, gli stacchi grind e le ripartenze, e con quel cantante urlatore che a un certo punto è sparito dal palco ed è comparso in mezzo alla folla per scatenare il macello nel pit e poi si è rituffato sul palco per cantare la parte finale del pezzo. Un autentico folle per una band che dal vivo ha davvero convinto tutti.
PARADISE LOST
Se gran parte delle band norvegesi di doom metal, ma soprattutto gothic metal, esiste e viene apprezzata al giorno d’oggi, è grazie ai Paradise Lost. Non è un caso se i membri dei Tristania, ad esempio, si siano radunati nelle prime file del Rockefeller per seguire l’esibizione degli inglesi. Il gruppo ha iniziato subito a suonare come sa: l’età dei nostri è visibile forse sui loro volti, ma non nelle loro note. “Hallowed Land” ha aperto uno show che nel complesso ha però coinvolto a metà il pubblico: spesso qui accade, infatti, che ci sia meno gente al concerto degli headliner rispetto a quello di qualche band minore, magari che suoni il tanto agognato e desiderato black metal veloce. Molto bella “Embers Fire”, lenta, pesante, ma un po’ tutte le canzoni hanno catturato quel manipolo di seguaci degli inglesi che è parso davvero indemoniato. Un’ora o poco più di concerto, di cui riportiamo per intero scaletta. Peccato per la (scarsa) cornice di pubblico… per la loro storia avrebbero meritato di più.
Setlist:
Hallowed Land
Embers Fire
Ash & Debris
Shadow Kings
The Enemy Enchantment
As I Die
Gothic
Never
For The Damned
Say Just Words
One Second
The Last Time
Sabato 11 aprile
TROLL
Tantissima era l’attesa per i Troll, band formata da Nagash (The Kovenant) che non aveva mai suonato dal vivo prima dell’Inferno Festival 2009. Considerato che il gruppo è stato più un progetto parallelo piuttosto che un combo attivo in maniera vera e propria, il concerto è stato decente ma al di sotto dall’hype che aleggiava attorno all’evento. I suoni, anzitutto: sebbene fosse presente un tastierista, non si è mai udito suono di tastiera durante l’esibizione. Il loro black metal che in studio si contornava di atmosfere eteree, futuristiche, dal vivo si è ridotto più ai canoni classici del genere – per carità, di livello – però ci si attendeva altro, perlomeno da parte di chi scrive. Tante le canzoni proposte dal loro nuovo album, pare in uscita prossimamente, che ha quindi recitato la parte del padrone in sede di setlist. L’ovazione più grande però c’è stata quando Nagash ha preannunciato la famosa “Drep De Kristne”, ovvero “Kill The Christian”, titolo del loro primo EP. Coinvolgimento totale e tanti saluti alla folla dove abbondavano le facce di gente rimasta insoddisfatta.
SAMAEL
Tornati con “Above” a suonare molto più black metal degli ultimi lavori, gli svizzeri Samael si sono presentati sul palco molto incazzati, decisi a tenere uno show energico, proprio come piace al pubblico di queste parti. La band di Vorph è partita subito alla grande, trascinando la folla nelle “danze” con “Reign Of Light”. Subito dopo è stata la volta di “Rain”, song memorabile tratta dal capolavoro “Passage”. Sempre in tema di classici è arrivata subito “Baphomet’s Throne” da “Ceremonies Of Opposities”. Le vecchie canzoni si sono alternate alle nuove, eseguita “Black Hole” da “Above” così come “Slavocracy” da “Solar Soul” e “My Saviour” e “Jupiterian Vipe”, estratte ancora da “Passage”. Eseguita addirittura “Into The Pentagram” dal primo album degli elvetici, autori alla fine di una scaletta molto succulenta e indovinata. Lo show è stato elettrizzante, un autentico trip basato sulle luci piene di flash (nessun altro altro colore nei riflettori), e dominato dall’energia di Xy dietro le pelli e dietro le tastiere. Il pubblico ha apprezzato e (molto) applaudito.
GRAND MAGUS
La band svedese ha suonato un quaranta minuti scarsi di doom metal, con forti richiami all’heavy metal, e anche con qualche tinta stoner. Questa, in sostanza, la proposta musicale del gruppo, uscito l’anno scorso con l’ottimo “Iron Will”. Da quest’ultimo sono stati proposti i brani “Like The Oar Strikes The Water”, la coinvolgente “Fear Is The Key”, l’omonima “Iron Will”, dal lento e portentoso incedere, e “The Shadows Knows”. “Blood Oath” e “Wolf’s Return” dal precedente lavoro “Blood Oath” hanno completato un concerto ben riuscito, dominato dall’ugola di Janne ”JB” Christoffersson che canta anche con gli Spiritual Beggars. Buon concerto, veramente.
CODE
L’album che li ha fatti conoscere, “Nouveau Gloaming”, è stato uno dei migliori nel black metal classico degli ultimi anni per la band anglo-norvegese. Ora i Code, pronti a dare alle stampe il “Resplending Grotesque” di cui vi parleremo presto in uno speciale, si fanno chiamare < code >, Come a rimarcare che qualcosa è cambiato. Oltre ai cambi di formazione, i nostri hanno sterzato a livello di direzione stilistica, e il concerto ne è stata la prova. Headliner del John Dee, i nostri hanno alternato brani di connotazione Arcturus, specie a livello vocale, tutti i nuovi del prossimo CD, ai classici black metal degli esordi. I fan, un manipolo di oltranzisti old school come la maggior parte dei norvegesi, hanno gradito a fasi alterne, esaltandosi ovviamente per le composizioni vecchie e sgranando gli occhi (e le orecchie) all’ascolto delle soavi linee vocali del cantante Kvhost (veramente molto bravo). I tanti fan del gruppo che non hanno potuto ancora ascoltare a differenza della stampa l’intero CD ne rimarranno sorpresi. Noi vi diciamo che il gruppo ha comunque offerto un’ottima prova, che non è stata sicuramente avara di qualità.
CARPATHIAN FOREST
Quale delle tante band in programma poteva fare ritardo nel tanto puntuale festival norvegese? Chi se non la band di quel folle di Nattefrost? Quando va via il sipario si parte un’intro strumentale molto inquietante, perfetta per i nostri che hanno calcato il palco uno per volta. L’ultimo a salire è stato Nattefrost, accompagnato dalla sua fidanzata vestita da sexy governante. Ma prima di questo c’è stato spazio per un colpo memorabile: due uomini seminudi a reggere altrettante bandiere norvegesi, con una foglia di fico davanti retta solo da nastro isolante attaccata ai loro culi flaccidi. In più erano presenti due donnine mezze nude, almeno piacenti e molto divertite. Finita l’intro si è partiti subito con “The Frostbitten Woodlands of Norway”, che ha spazzato subito via ogni illazione su Nattefrost: è vivo e vegeto, più ubriaco e intossicato di sempre, ma anche più incazzato che mai. La sua voce è stata portentosa per tutta la serata, ha cantato come suo solito, si è fatto suggerire le canzoni da suonare dai suoi compagni, e starebbe ancora cercando il microfono sul palco se il bassista Vrangsynn non gliel’avesse indicato (era fra i suoi piedi). Fantastico. Il gruppo è rodato, Tchort ha macinato riff senza dire una parola, Kodro ha picchiato duro tutto il tempo. Ottima anche la scaletta, fra le migliori del lotto: “Skjend Hans Lik" , “Black Shining Leather”, “Mask Of The Slave”, “Nuklear Fucking Death Machine”, “Morbid Fascionating Of Death” e “Submit To Satan!!!”, estratta dall’ultimo studio album. C’è anche stato spazio per una rimpatriata con il buon Nordavind che, presentatosi incappucciato, ha suonato con il suo ex gruppo “Death Triumphant" e "World of Bones". Fantastico, nel puro spirito rock and roll, il momento dedicato alla micidiale accoppiata “Hes’ Turning Blue” e “Suicide Song”. “It’s Darker Than You Think” ha chiuso un concerto veramente bello. Era stato dato per morto, scomparso e quant’altro, ma Nattefrost ha dimostrato di poter dare ancora molto al black metal norvegese. I Carpathian Forest si sono rivelati la miglior black metal norvegese, specialmente dal vivo, dove c’è da massacrare le gente nel pit, e hanno così fornito una prova maiuscola. Nuovo album in arrivo per il gruppo.












Il bill non è certamente il migliore degli ultimi anni, di questo ci si rende conto se lo si paragona a quello degli anni precedenti, ma il fascino di un festival indoor con tanti avvenimenti legati alla musica estrema rimane immutato. L’Inferno Festival, edizione 2008, ha negli headliner Gorgoroth, Destruction e Satyricon i punti di forza incentrati prevalentemente nel black metal. La manifestazione norvegese è stata completata già nell’episodio precedente da una zona che viaggia di pari passo col festival. Al Sentrum di Oslo infatti, un enorme locale che comprende molte sale ed anche una sala cinema immensa, è infatti allestita la Inferno Expo Conference. All’interno troviamo stand di strumenti musicali, abbigliamento, gadget, di tutto di più: signing session dove Satyr e Frost firmano autografi a tutti i fan disciplinatamente in coda non disdegnando fotografie, conferenze a tema sulla musica (“la fine del CD nell’era del digitale”, “come utilizzare un tour manager in una band alle prime esperienze”) con interlocutori qualificati (Ghaal dei Gorgoroth, ad esempio) e da quest’anno anche una gara a Guitar Hero con tanto di primi quattro classificati che si esibiscono davanti a tutto il pubblico, Satyricon compresi. Questo il Sentrum. Il festival poi è al solito (Metalitalia.com è presente per il terzo anno di fila a darvene conto) perfettamente organizzato. Quest’anno si è aggiungo il Club Day in aggiunta ai tre giorni di festival, e il mercoledì di Pasqua, infatti, in cinque famosi locali della città (John Dee, Rock In, Garage, Blah e Maiden) ci sono altrettanti concerti. Bisogna quindi scegliere. Il palco del Jhon Dee, che viene utilizzato anche nel festival, è affollato per via del concerto principale: sono i Red Harvest ad aprire, poi i Vreid e i Keep Of Kalessin. Metalitalia.com opta per i Sahg, giovane band norvegese che sta diventando sempre più importante col suo stoner. Un ascolto anche alle Gallhammer (trio giapponese alla Darkthrone tanto in voga), agli Urgheal (black metal classico norvegese), e ai Negura Bunget, rumeni che avrebbero meritato il palco del festival vero e proprio. In aggiunta a tutto ciò tanti, tanti incontri con i musicisti, compresa Mariangela DeMurtas, nuova cantante italiana dei Tristania, molto disponibile e che tanti complimenti ha raccolto per la sua esibizione. Insomma, tutti disponibili e tanti aneddoti sulle rock star scandinave. Se questo è l’Inferno, tutto sommato non è male!
All’inizio di ogni santo – o dannato, se preferite – nuovo anno metallico, siamo tutti lì ad aspettare gli annunci dei festival più famosi al mondo: il Wacken, oramai imprescindibile, il Download, il Party San, il Summer Breeze e via elencando. Questi festival sono tutti all’aperto. L’inferno Festival invece è indoor, è grande, ed è anche il primo festival in ordine di tempo. E’ inoltre più underground, ci suonano band che difficilmente avreste la possibilità di vedere altrove. Insomma: è più esclusivo. Allora si guardano anche i nomi di chi suonerà all’Inferno che negli ultimi anni, ad esempio, ha avuto modo di ospitare Emperor e Immortal nelle loro prime date di ritorno dal vivo. Non è poco. Quindi, oltre all’aspetto musicale, che ad onor del vero in questa edizione ha conosciuto una decadenza mai vista prima, c’è l’aspetto organizzativo. Il festival è organizzato perfettamente. La Rockfeller Hall sita nel cuore di Oslo ospita circa 2000 persone (il festival è sempre sold-out ma quest’anno qualche biglietto è avanzato) su due palchi: il Rockfeller stage e il John Dee stage, su due piani. Finiscono di suonare al piano di sopra (il palco principale) e iniziano sotto, e così via in un’alternanza che dalle 5 e 45 di ogni pomeriggio arriva fino alle 2 e 30 di notte, tutto di metallo. Nella hall ci sono stand vari, espositori, aree VIP, backstage e personaggi strani e assurdi. La cosa bella è che tutte le band, fatta eccezione per qualcuno che se la tira tanto, passano tutti per l’area relax del festival (bar e divani in un angolo dove riposarsi un po’ durante le esibizioni meno gradite) e sono tutti disponibili. Nessuno ci ha negato una chiacchiera o una foto, anche Nick Barker, lì per i Gorgoroth, che per fare una foto in mezzo a due persone si è dovuto mettere di traverso per quanto è diventato grande. E’ possibile quindi vedere il King Ov Hell dei Gorgoroth sul palco tutto bardato di spuntoni e croci rovesciate (mentre la sera precedente suonava coi Sahg come una rockstar candida) poi passare lì e comportarsi normalmente come un tipo qualunque alla ricerca di donne, probabilmente. Ghaal dei Gorgoroth incute invece un certo timore reverenziale, sta sempre ombroso e non ispira alla socializzazione. Oltre a quelli che suonano, tutti i musicisti della scena norvegese passano per il festival come guest, come amici di amici, e quindi te li ritrovi tutti lì a portata di mano. Grutle degli Enslaved è perennmente ubriaco, ed è lì, in mezzo alla folla, che puoi trovare la mitica icona groupie Pat Mazzuocolo, italianissima emigrata e conduttrice di un programma metal in ascolto radiofonico sulla radio nazionale. E lei gentile si concede al nostro saluto scostandosi un attimo dallo stuolo di pretendenti in fila. Oppure dopo un saluto con Nattefrost, vedere quest’ultimo elemosinarti una birra perché lui è squattrinato, fare due chiacchiere e vederlo che cerca disperatamente qualcuno che lo inviti ad un afterparty dove ci sia qualcosa di sconvolgente, diciamo. Certo la birra è cara. Sette euro per una zero quaranta rendono difficile l’ubriacatura, considerato anche l’annacquamento della birra lì presente, però al festival ci si diverte tanto. Si può salutare così una Mariangela De Murtas, da poco cantante dei Tristania, che ritrovi lì affianco a te durante i Destruction a fare headbanging e vedere poi quanti complimenti le rivolgono per la sua esibizione. Fa piacere. Si ride, e si sta bene. Può succedere poi di vedere un tipo che hai già visto prima. E sì, è lui forse. E’ il cantante dei System Obscure (la recensione del concerto sullo speciale festival del 2006), da solo, lì. Allora lo chiami e gli parli, gli chiedi della band, e lui sconsolato a dire che gli altri musicisti sono impegnati con band maggiori (Tony Laureano coi Dimmu Borgir e il chitarrista suona live coi Satyricon) e che quindi lui è rimasto solo, con le sue canzoni scritte ma sempre da registrare. E fa sorridere questo suo essere così sconsolato lì in mezzo con nessuno che se lo fila. C’è poi la soddisfazione di Schmier, cantante/bassista dei Destruction, con il quale chi vi scrive aveva parlato cordialmente poco prima, dicendogli che venivamo dall’Italia che a lui piace tanto, vederlo dal palco quando ringrazia tutti i ragazzi provenienti da fuori Norvegia, citare l’Italia subito e indicare noi, lì in prima fila. C’è venuto in mente che eravamo lì a rappresentare l’Italia, un po’ come il Presidente Napolitano. Allora alla fine di ogni serata si rimane un po’ li a chiacchierare, si passa a ritirare il cappotto al guardaroba, e si trova la neve fuori per strada. Temperature abbondantemente sotto lo zero, e di corsa all’hotel del festival. Sì, perché se si riesce a spendere qualche soldo per prenotare uno dei due hotel convenzionati del festival (a due passi dalla sede dei concerti), la festa prosegue lì. In ascensore potreste ritrovarvi tutti gli Onslaught, oppure sentire del casino assurdo da una camera dove c’è una bella festa. Si va, si entra e si trova mezza scena norvegese lì a fare casino sul balcone. Questo è l’Inferno Festival, metallo estremo, al freddo, al gelo, ma pur sempre metallo capace di infuocare i nostri corpi quando siamo sotto il palco.












Il miglior festival indoor del mondo? Sicuramente l’Inferno Festival di Oslo. Diabolicamente, si svolge ogni anno nel weekend pasquale richiamando i fan del metallo estremo da ogni parte del mondo. E’ cosi che Oslo, tranquilla capitale tutta ordinata e composta della Norvegia, viene invasa di colpo da orde di metallari capelloni trasudanti pelle borchie e tatuaggi. E’ cosi che gli organizzatori migliorano il festival anno dopo anno arrivando a una precisione chirurgica dei concerti, dell’organizzazione, arricchendo il festival anno dopo anno con eventi sempre più interessanti. Quest’anno la novità era il Sentrum, un ex teatro a due passi dalla sede del concerto dove era possibile assistere a meet-and-greet con gli artisti (Zyklon, Keep Of Kalessin, Shining e altri ancora), visionare film e DVD inerenti al metallo, mangiare, girare fra i mille stand musicali e non, e altro ancora. E le band? Sempre le migliori in giro, dosate con una sapiente rotazione. Quest’anno altre band da poco riunite hanno calcato il palco dela Rockfeller Music Hall, sita nel cuore di Oslo. Parliamo degli Immortal di Abbath, al loro primo show dopo la recente reunion, e agli americani Brutal Truth, già rodati in terra natia. Ma è stato anche il festival della prima volta all’estero in sede live degli Anal Nathrakh, una delle rivelazioni del festival, grande prova anche dei Watain con il loro black metal e con i redivivi Dodheimsgard, o DHG se preferite. Ma anche tanto death metal con i solidi Zyklon, i biblici Suffocation e spazio anche alle sperimentazioni avantgarde dei Trinacria e dei giapponesi Sigh, altra band-evento del festival. Il tutto amalgamato alla perfezione e distribuito in una tre giorni massacrante, una vera e propria overdose di metallo sparato ad alto volume. Questo è l’Inferno Festival, speriamo che l’inferno vero sia qualcosa di simile a questo!
Norvegian Metal All Star
Watain
Suffocation
Immortal 
Brutal Truth
DHG
Sodom 




Pienone nella sala principale per questa band che ha fornito una prova eccellente. Il suonare di fronte ad un cosi folto pubblico li ha probabilmente gasati. Il sestetto norvegese ha aperto con “The genuine pulse”, dal penultimo album “Empiricism”, un concerto che ha catturato l’audience. La band ha trascurato l’ultimo album, l’ottimo per chi scrive “Epic” dal quale ha estratto la bella “Future Reminescence” e niente più. Il concerto è proseguito con la bellissima “Gods of my world” e “The black canvas” sempre


Headliner della serata sono i cinque americani degli Usurper. La band americana è veterana della scena death thrash americana ed ha alle spalle ben sette album. Di certo tutti i membri del complesso sono di una disponibilità invidiabile, e ovviamente grandissimi bevitori di birra (cominciavano a bere fin dal mattino in hotel fino a tarda notte). Il leader inoltre ci ha confidato che la Norvegia è la nazione dove vendono di più, questo spiega il perché della messa in scaletta in ultima posizione, la più importante. La prova dei nostri baldi giovani (giovani mica tanto) è stata un ottima prova, il loro death thrash dal vivo spacca di brutto. Peccato però che la sala si svuoti con il passare del tempo. La stanchezza è tanta e all’una di notte, dopo 7 ore di shows, la gente prende la via di casa, trascurando gli americani. Che pure fanno la loro figura, death thrash d’impatto, riff di chitarra taglienti e ritmiche ben portate, assicurerebbero un buon coinvolgimento che però latita. La gente acclama subito la loro hit song “Kill for metal” dal loro ultimo album “Cryptobeast” che il cantante non manca di eseguire seduta stante con tanto di microfono ceduto ai fans nel ritornello. “Bones of my enemies” e “Reptilian” , la stessa “Cryptobeast” sono gli episodi più coinvolgenti della set list. Tornano per il bis, concedono altre due canzoni quando sono le due passate e la Rockfeller hall si è completamente svuotata. Finisce la prima giornata, il black metal l’ha fatta da padrone, e sarà sempre cosi qui al festival.









