Collegando la borgata Tor San Giovanni con il centro di Roma, l’ottantasei nel suo lungo tragitto è un crescendo visuale di persone, palazzi, ricchezza e centralità. Il suo percorso, da appena fuori il raccordo anulare fino ad arrivare nel cuore pulsante di Roma, la stazione Termini, attraversa svariati quartieri di prestigio, alternando passeggeri delle più diverse estrazioni, dagli stranieri confinati nelle periferie agli impiegati dei quartieri più agiati. Tor San Giovanni, per i romani con qualche anno in più semplicemente “Cinquina”, è una borgata nata nella quinta zona di Roma dell’Agro Romano. Ci si arriva principalmente da via della Bufalotta, asse dello spicchio Nomentana-Salaria e oggi nota per ospitare una zona commerciale fra le più grandi della city. Simile a un piccolo paesino di provincia – un’edicola, un distributore di benzina, un fornaio, qualche pizzeria, un supermercato discount – fino a qualche anno ospitava unicamente costruzioni edilizie di stampo popolare, i classici cubi grigi dati in affitto a prezzi irrisori a famiglie in difficoltà oltre alle classiche case abusive, fra cui alcune ville, con tanto di giardini e robuste recinzioni. Rispetto ad altri quartieri altrettanto popolari costruiti per ospitare, o meglio, confinare gente dalla poco vantabile reputazione, “Cinquina” è più tranquilla. Negli ultimi anni sono sorte , in collina rispetto alla zona popolare, delle palazzine che ospitano appartamenti di prestigio, con giardini, parco e anche delle villette, in vendita a prezzi da primo rione. Se non si ha la macchina, per accentrarsi, l’unica scelta – scusate l’ossimoro – è l’ottantasei. “86 Marmorale” è quello che si legge sull’intestazione del bus, modello ovviamente fra i più antichi in dotazione all’Atac, quelli che quando vengono messi in moto procurano il brivido di una scossa di terremoto di una buona entità. Via Marmorale è infatti un’anonima via, alle spalle della direttrice principale della borgata, nota solo per ospitare il capolinea del bus, un luogo di culto cattolico e un nasone prospiciente la fermata, preda dei pulmini dell’edilizia nelle prime ore della giornata quando fa caldo e c’è da fare scorta di acqua fresca. Quando ancora la giornata non conosce luce, il mezzo è già popolato. Qualche lavoratore, tanti edili stranieri che accorrono alla chiamata del caporalato, vecchiette pronte per recarsi in qualche mercato, badanti e perfino qualche studente chissà quanto lontano dalla sua classe, riempiono il bus dopo poche fermate. Gli stranieri ritrovati a Roma parlano fra loro, i giovani musoni si isolano con i loro iPod mentre c’è chi socializza facilmente, come la tanto integrata lavoratrice musulmana che ascolta interessata i racconti della vecchietta arzilla, la quale narra di quando si aspettava l’otto dicembre per fare l’albero di Natale, in occasione della festa della Madonna, mentre ora, va beh. Il freddo si fa sentire più del centro città. La campagna è ancora tanta in zona e solo quando si sottopassa il raccordo anulare gli insediamenti cominciano a dare quella sensazione di invadenza e mutua sopraffazione che Roma ospita più di altre città. Entro le sette del mattino, l’86 fila via veloce, permettendoti di scoprire, parimenti al sorgere del sole, la luce sui palazzi e sulle vie della città. Mezz’ora dopo, sarebbe il caos, con il clacson come colonna sonora. Il primo salto lo si compie quando da via della Bufalotta si vira verso il quartiere Montesacro, scoprendo degli scorci magnifici di Roma. Ricoperto dal verde di alberi affusolati, sapienti miscelatori di toni di luce e di ombre, Montesacro ha il fascino del vetusto, della città a misura d’uomo popolata di case che non sfidano l’altezza, ma preferiscono mischiarsi alternando colori al verde pubblico. Il confine con la Nomentana è lì a due passi. Facendo la gimkana fra i cantieri della metropolitana nuova (quella che farà lievitare ancora di più i già proibitivi prezzi delle case), quelli che ora ci invitano a rispettare la città, come reclamizzano gli striscioni che ne coprono i limiti, oltrepassando l’Aniene si arriva nella zona Conca d’Oro. Qui il verde di Montesacro è già un flebile ricordo. La densità abitativa, sottoforma di palazzoni affastellati lasciando giusto il passaggio per le strade, è invasiva. Edifici alti, negozi ad ogni serranda su strada, fermate dei bus piene di lavoratori della media borghesia di una volta e metropolitana che di qui a qualche mese, quando aprirà, non farà altro che popolare ancora di più i viali del quartiere, che diventerà un vero e proprio nodo di scambio, ultimo baluardo “metropolitanizzato” prima della periferia. Siamo in piena città. Il livello si è già alzato rispetto alle decine di fermate addietro. Ma sale ancora quando si arriva al quartiere africano. Viale Libia, viale Etiopia, viale Somalia. Ricordi di conquiste abissine che ancora oggi bollano questo quartiere come nero. I manifesti di gruppi neofascisti tappezzano la zona a dovere, così come le scritte con quei font minacciosi che ricordano i caduti di destra per motivi più o meno futili, tutti legati a vicende da stadio o giù di lì. Il quartiere sarebbe anche bello. Lo è a tutti gli effetti, al di là delle singole percezioni ma è governato dal caos. Il tempo di alzare le serrande dei negozi ed ecco le strade della zona bloccarsi. Il passo per piazza Buenos Aires, viatico del magnifico quartiere Salario-Trieste è breve. Via Marmorale è lontanissima. Appartiene ad un’altra realtà. Le facciate bianche dei palazzi di via Po e di via Tagliamento, sedi di studi prestigiosi, società più o meno famose, e residenti che a pieno titolo possono vantarsi di abitare in uno dei rioni più belli della capitale ti fanno guardare con invidia la gente che si chiude alle proprie spalle i portoni su quelle vie. Il fascino di una Roma antica che si è persa altrove, ma che è ancora presente in alcune zone, è vivo da queste parti. Manca poco all’arrivo, le sette sono passate da una mezz’ora e Roma si è messa in moto. Sul bus, gli studenti non ci sono più. Chi rimane, punta al capolinea, alla stazione centrale. I palazzi del potere incombono. Ministeri, Corte dei Conti, Cassa Depositi e Prestiti. Lo sventolio delle bandiere – italiana ed europea – issate sopra gli ingressi di questi edifici storici, bellissimi, stentorei e marmorei, alza l’asticella ancora di più, quasi alla cima. Manca qualche semaforo, ancora qualche curva, prima che l’abbraccio bronzeo di Papa Woityla ci consegni alla stazione Termini. Via Marmorale è lontana anni luce. È giorno oramai e la rassegnata calma della periferia romana ha lasciato spazio alla frenesia del passo svelto di tanta gente che ancora non è giunta alla fine del viaggio ma ha sognato con l’86.
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Molto bello davvero… è come essere su quell’autobus. I racconti sono così, quando sono ben raccontati!
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